SEMINARIO ARCIVESCOVILE DI MONREALE

Amala e muori per lei

Niente al di fuori di ciò che riguardi il bene della Chiesa può darci la misura di un gesto di cui, nonostante lo stupore e lo smarrimento, adesso non ci è lecito coglierne il senso. Eppure, le dimissioni di papa Benedetto XVI corrono il rischio dell’indifferenza ad un grido tanto sordo quanto accorato di chi ci chiede di amare la Chiesa come lo Sposo la ama: non risparmiando niente di sé, morendo per la sposa.

Tale rinuncia appare come il tentativo estremo di mettere la chiesa, i suoi pastori anzitutto, di fronte alla gravità del momento. Mercoledì delle Ceneri Benedetto XVI ha detto che “molti sono pronti a ‘stracciarsi le vesti’ di fronte a scandali e ingiustizie – naturalmente commessi da altri –, ma pochi sembrano disponibili ad agire sul proprio ‘cuore’, sulla propria coscienza e sulle proprie intenzioni”. E, se non bastasse, ha stigmatizzato “l’ipocrisia religiosa, il comportamento che vuole apparire, gli atteggiamenti che cercano l’applauso e l’approvazione. Il vero discepolo non serve se stesso o il ‘pubblico’, ma il suo Signore, nella semplicità e nella generosità”.

Con rispetto accogliamo le parole del papa, la sua decisione di continuare a servire la Chiesa nella preghiera. È vero, decide di rimanere nascosto al mondo, ma sempre al servizio della Chiesa. Non si dimette certamente dal dialogo con Dio, ma ci ha assicurato che intende abitare uno spazio di intimità nella preghiera che attraverserà il tempo della sua esistenza oltre le dimissioni. Proprio la preghiera, infatti, è il compito ed il testamento che egli lascia a ciascuno di noi.

La disarmante e umile decisione del papa ci ricorda che la Chiesa non è solo istituzione, un “luogo di potere”, ma che è amata da Dio, guidata dal suo Santo Spirito. Tuttavia, la voce di questo Spirito che grida dentro di noi, cercando l’unisono della Sposa dell’Agnello, non è ascoltata. E altre logiche prendono il sopravvento, persino in coloro che annunciano il Vangelo. Saremmo tentati anche noi come coloro che “fanno opinione” di costringere in ristrettezze umane, che giocano col potere, la missione della Chiesa, le sue sorti. E come ci insegna il Vangelo, ciò che impediva coloro che cercavano di incontrare il Maestro era la folla. Come definire altrimenti il vociare scomposto, l’attenzione verso le cose futili e marginali delle dimissioni del papa?

Il nostro reale rischio è di divenire anche noi folla. E la folla non sceglie mai Cristo, ma Barabba. I discepoli di Gesù, invece, sanno che chi vuol essere primo devi farsi ultimo e servitore degli altri, ripartendo sempre dal gesto di chi si china per lavare i piedi degli sfiduciati, i piedi di coloro che hanno smarrito il cammino, e ricondurli a Dio.

Qualunque ministero nella Chiesa è servizio, che impone a tutti e ciascuno di ritornare a ripetere alla fine della giornata: “siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc 17,10). Il Papa stesso ci dà una chiave di lettura che non riguarda solo la sua persona, ma interpella e interroga profondamente ogni uomo e ogni cristiano: “Non strumentalizzare Dio per i propri fini, come il potere o il successo”, “siamo di fronte a un bivio: vogliamo seguire l’io o Dio?”. E ancora, con le parole di Etty Hillesum, una giovane olandese di origine ebraica che morirà ad Auschwitz: “Un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo. Talvolta mi riesce di raggiungerlo, più spesso pietra e sabbia lo coprono: allora Dio è sepolto. Bisogna di nuovo che lo dissotterri” (Diario, 97). Nel deserto quaresimale che come Chiesa stiamo attraversando, il successore di Pietro ci richiama con forza a non sostare e credere ai miraggi di oasi illusorie ed evanescenti, ma a proseguire il cammino verso l’unica sorgente che disseta e salva.  

Giuseppe Ruggirello
(Giorn8tto, febbraio 2013) 

 

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