SEMINARIO ARCIVESCOVILE DI MONREALE

Luce da Luce

La luce è tra le esperienze dell’uomo quella che più parla di Dio e del modo in cui si manifesta, in un linguaggio che sia umanamente comprensibile e che superi ogni resistenza al suo dirsi e darsi. La Chiesa di Monreale ha iscritta nella sua genesi questa inenarrabile vocazione: la luce è stata come imprigionata nei suoi mosaici, in modo da rendere i suoi figli tessere di pietra e luce, perché siano narrazione della gloria di Dio. La luce istoriata, infatti, sfugge ai limiti del tempo, perché il suo messaggio di eternità corre più veloce della luce. Nemmeno il fuoco di un incendio ha oscurato tanta bellezza, né i peccati di un popolo potranno mai gettare le loro lunghe ombre fino a ostacolare la luce nella sua corsa.

Non è certo ritessendo le trame di una storia quasi millenaria come quella della chiesa di Monreale che troveremmo una lente per guardare al presente, perché non considereremmo appieno la vitalità della storia: non staticamente immobile nel suo passato, ma processo articolato di continuità e riforma. Ignorare il passato di questa chiesa significherà non amarla, perché solo chi ama sa vedere il futuro oltre la memoria.

Per il nuovo pastore della nostra chiesa locale non poteva trovarsi data più indicata – ed insieme augurale per l’inizio del suo ministero – della Dedicazione della Cattedrale. Nata dal sogno di un re, essa continua a far sognare, perché con occhi sempre diversi si leggerà sulle sue pareti il mistero rivelato da colui che è Luce da Luce. Pastore e gregge, Vescovo e popolo, Sposo e sposa, radunati da una voce, incamminati verso una meta comune, condividono la gioia della chiamata e la fatica dei pellegrini. Amici e compagni di viaggio sono i figli più illustri che questa porzione di chiesa abbia conosciuto dalla sua dedicazione: i santi, testimoni della luce che non conosce tramonto.Una chiesa santa è quella che ci piace presentare al suo nuovo pastore, perché si innamori presto della luce che le figure di santità germogliate in essa hanno saputo irradiare.

E come al nostro pastore, a tutti e a ciascuno è chiesto di reimparare l’alfabeto dell’amore. Abbiamo tutti bisogno di ritornare a sperare, di collaborare nella gioia, di esercitare il perdono, di testimoniare la luce, di amare la verità, di costruire la pace, di incamminarci verso la santità, quale universale chiamata di Dio per il suo popolo.

Saremmo ipocriti, tuttavia, se non sentissimo l’urgenza di un rinnovamento, se amando la verità ci facessero paure le ombre, se presentando il volto bello della nostra Chiesa ci dimenticassimo delle sue rughe, magari provando a incipriarle dietro veli che non si lasciano attraversare dalla luce.I solchi sempre più profondi sul volto della nostra chiesa di Monreale deturpano la sua bellezza. Essi appaiono come scavati da un grido sordo, incapace di dialogo, che si scherma dietro l’ombra di ciò che non ha nome per parlare a tutti. Una vigna dal terreno brullo che ha disimparato l’accoglienza dell’acqua per la siccità delle sue stagioni, che non si lascerà scalfire dalla zappa di chi vorrà vangarla con fatica e sudore.

Cosa fare? Abbandonare quel terreno? Solo la pazienza del vero contadino sa prodursi in futuro: non servirà altra terra a coprire i solchi, ma le lacrime di chi nell’andare se ne va e piange, provando a sperare che la semente che spargerà a piene mani, senza riserve, con amore e abnegazione, trovi la vita in quegli spazi d’ombra e d’aridità. Quale ruolo, dunque, per i laici? Quale quello dei pastori? Non ruoli da ricoprire, non lotte per le investiture, perché nella Chiesa l’unica ministerialità è quella del servizio. Serve corresponsabilità! E servirà principalmente il lavoro silenzioso di quanti, pregando, invocheranno da Dio una pioggia abbondante di grazia e il dono di una rinnovata Pentecoste.

Giuseppe Ruggirello

(Giorn8tto, aprile 2013) 

 

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