SEMINARIO ARCIVESCOVILE DI MONREALE

Non c'è posto per la mediocrità

Papa Francesco parla della funzione dei Seminari

Lunedì 14 aprile, ricevendo nella Sala Clementina la Comunità del Pontificio Collegio Leoniano, Papa Francesco ha colto l’occasione per rivolgere il suo paterno monito sulla funzione dei Seminari; e prendendo spunto dal fatto che i seminaristi avevano compiuto il viaggio a piedi, come in pellegrinaggio, ha affermato che il tempo del seminario è “un cammino formativo, da percorrere con entusiasmo e perseveranza, nell’amore di Cristo e nella comunione fraterna”.

Questa semplice definizione presenta il periodo del seminario come un processo, per mezzo del quale si va operando il necessario discernimento e si vanno compiendo i passi, l’uno dopo l’altro, senza stancarsi, ma lasciandosi quasi portare da Dio, che dal di dentro ci spinge lungo due direttive di marcia, verticale e orizzontale, costituite dall’amore di Cristo (quello di Lui per noi e quello nostro per Lui) e dall’esercizio della comunione fraterna, che trasforma la convivenza in comunità.

Il Seminario è chiamato “a proporre ai candidati al sacerdozio un’esperienza in grado di trasformare i loro progetti vocazionali in feconda realtà apostolica”; a passare, da una sorta di candidatura autoreferenziale all’accoglienza gioiosa del progetto di Dio, per farci collaboratori e strumenti della sua opera di salvezza, consapevoli di agire per Cristo, con Cristo e in Cristo.

A questo scopo, indica “quattro pilastri su cui deve vivere un seminario: la vita spirituale, forte; la vita intellettuale, seria; la vita comunitaria e la vita apostolica”. Si nota subita la qualifica di “forte” richiesta per la vita spirituale, che deve sempre ancorarsi alla Parola di Dio, seguire i ritmi della preghiera della Chiesa, non cedendo al devozionalismo che porta a recitare preghiere senza costruire una vera devozione. Così pure spicca la qualifica di “seria” data alla vita intellettuale, che deve rendere abili a rispondere alle sfide continue della cultura imperante, dando ragione della nostra fede senza presunzioni né sensi di inferiorità.

È un tale clima, “pieno di Spirito Santo e di umanità”, che consente di assimilare “giorno per giorno i sentimenti di Gesù Cristo, il suo amore per il Padre e per la Chiesa, la sua dedizione senza riserve al popolo di Dio”. Il Seminario non prepara a diventare mestieranti o funzionari e burocrati, ma a diventare “pastori a immagine di Cristo Pastore, per essere come Lui e in persona di Lui in mezzo al suo gregge, per pascere le sue pecore”: un compito troppo grande, “opera dello Spirito Santo con la nostra collaborazione”, che consiste nell’offrirci come creta al nostro vasaio, Dio, perché ci plasmi con la Parola e lo Spirito, rendendo ciascuno un alter Christus.

Non sempre in questa collaborazione c’è sin dall’inizio “una totale rettitudine di intenzioni”: pensiamo agli Apostoli, che fin quasi alla fine della loro esperienza con Cristo mancavano di questa rettitudine; ma il “Signore con tanta pazienza ha fatto la correzione dell’intenzione” ed alla fine tutti hanno dato la vita nella predicazione e nel martirio.

Per compiere bene questo cammino, occorre: A. “Meditare ogni giorno il Vangelo per trasmetterlo con la vita e la predicazione”. B. “Sperimentare la misericordia di Dio nel sacramento della riconciliazione”, per diventare ministri di misericordia. C. “Cibarsi con fede e con amore dell’Eucaristia, per nutrire di essa il popolo cristiano”. D. “Essere uomini di preghiera, per diventare voce di Cristo che loda il Padre e intercede continuamente per i fratelli”.

Se non si è disposti “a seguire questa strada, con questi atteggiamenti e queste esperienze”, è meglio –sostiene il Papa – che si abbia il coraggio di cambiare rotta. “Nella sequela ministeriale di Gesù non c’è posto per la mediocrità, che conduce sempre a usare il santo popolo di Dio a proprio vantaggio”. Chi cerca nel seminario un rifugio per i personali limiti o una copertura delle deficienze psicologiche o una difesa contro le difficoltà della vita, è un vero guaio. E, citando Pio XI, conclude: “Meglio perdere una vocazione che rischiare con un candidato non sicuro”.

Antonino Licciardi

 

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