SEMINARIO ARCIVESCOVILE DI MONREALE

Written by don Giuseppe Ruggirello    Thursday, 08 December 2016 11:15
Unesco: è legittimo parlare di percorso arabo-normanno?

Quando un testo è avulso dal suo contesto, diventa semplicemente un pretesto. È ciò che è avvenuto in occasione dei momenti celebrativi per la scopertura delle targhe nei siti Unesco del cosiddetto “percorso arabo-normanno di Palermo e delle cattedrali di Cefalù e Monreale”. Probabilmente la ragione di ciò è da ascrivere al sintagma “arabo-normanno”, che diffusamente si propala, non senza semplificazioni dalla natura ideologica e lontano dal prendere seriamente il “contesto” medievale della Sicilia tra l’XI e il XIII sec.

La Sicilia dal VII all’XI sec. fu terra di jihad. L’espansione dei seguaci di Muhammad (Maometto) fu rapidissima tanto ad est, fino all’Indocina, quanto ad ovest, fino alla Spagna. La dominazione musulmana comportò la conseguente sottomissione di tutti coloro che, professando un’altra religione, cristiani ed ebrei, erano considerati degli infedeli. Lo stato di protezione, dhimmitudine, non può essere inteso come un atteggiamento tollerante, sempre che con tolleranza non intendiamo l’assoggettamento e il disprezzo latente. Infatti, se tutti ricordano che la preesistente cattedrale bizantina di Palermo fu distrutta dai musulmani nel IX sec. per costruire la “grande moschea”, è utile ricordare quale trattamento era riservato agli infedeli (kafirun), secondo il cosiddetto “Patto di Omar”.

 A distanza di soli 5 anni dalla morte di Maometto, il secondo califfo ben guidato, Omar, conquistò Gerusalemme nel 637, costruendo sulla spianata del Tempio la Moschea della Roccia, dalla cupola d’oro. Le fonti arabe ci presentano il patto come una “richiesta” da parte dei cristiani di essere protetti dai musulmani, i quali li autorizzavano a conservare la fede, a condizione del pagamento della tassa onerosa detta jizya. Oltre a tale tassazione, aggiuntiva a quelle ordinarie, il patto prevede che “ai cristiani è vietato parlare del Vangelo ai musulmani, è vietato testimoniare esplicitamente la fede in pubblico, è vietato suonare le campane, è vietato sposare donne musulmane, mentre donne cristiane possono sposare uomini musulmani, è vietato battezzare musulmani, mentre sono obbligati a lasciare che diventino musulmani i propri figli che lo domandino”. Viene introdotto il divieto non solo di erigere nuove chiese, ma anche di restaurare quelle che già esistono. L’umiliazione e una condizione di inferiorità sono evidenti anche per il fatto che “i cristiani sono tenuti ad alzarsi in piedi in presenza dei musulmani ed offrire loro la possibilità di sedersi, così come dall’obbligo di differenziarsi dai musulmani fin dall’abbigliamento”.

Bastino solo questi brevi cenni per comprendere i rapporti tra musulmani e miscredenti nei due secoli e mezzo di dominazione in Sicilia. Con la conquista dei normanni la situazione si ribalterà, con l’assoggettamento dei musulmani e la conseguente fuga dall’isola. Sarà questa, ad esempio, la sorte del poeta Ibn Hamdis. La sanguinosa battaglia di Misilmeri del 1068, nell’avanzata del gran conte Ruggero verso Palermo, è l’esempio più chiaro dell’affermazione della supremazia del più forte: sterminati i musulmani, del loro sangue vennero intrisi i foglietti inviati con i piccioni viaggiatori dell’esercito nemico, per dare un messaggio chiaro del loro arrivo imminente nella capitale. Nel 1091 l’isola era totalmente conquistata e i ribelli si erano arroccati sui monti (Iato, Entella, Corleone, Calatrasi, Cinisi…); altri, invece, ridotti come schiavi e confinati nelle campagne. Sono i nomi, ad esempio, che si ritrovano nella jarida di Monreale del 1182, il più famoso registro delle terre e dei confini, redatto in lingua araba e in latino, dati dall’ultimo re normanno Guglielmo II all’Abbazia benedettina di Monreale.

Proprio nei territori dell’arcivescovado di Monreale si pose fine alla presenza dei musulmani di Sicilia, ormai resasi minacciosa. Federico II di Svevia, lo stupor mundi, nel 1221 ingaggerà una feroce lotta contro gli ultimi due arroccamenti musulmani, Iato ed Entella, riuscendo a espugnarli definitivamente nel 1246, distruggendone gli insediamenti e deportando i ribelli a Lucera in Puglia.

Di quel tempo rimane davvero poco, soprattutto da un punto di vista architettonico; infatti, i monumenti del cosiddetto “percorso arabo-normanno” sono stati edificati tutti durante la dominazione normanna. Come ha osservato lo storico Illuminato Peri nel suo studio Uomini città e campagne in Sicilia dall’XI al XIII secolo, non deve stupire “l’assenza quasi totale di tracce di un’architettura civile o monumentale in Sicilia dei due secoli di dominazione araba, per il fatto che i conquistatori berberi importarono sull’isola abitudini abitative tipiche delle coste africane prospicienti: utilizzo del legno per le costruzioni e, soprattutto, trogloditismo, cioè tendenza ad abitare le caverne”. È legittimo, allora, parlare di “arabo-normanno”?

Dal punto di vista linguistico la Palermo normanna annovera genti arabofone, grecofone, ebraiche e latine. È stato giustamente detto che gli ebrei di Sicilia si esprimevano in arabo e lo scrivevano con caratteri ebraici. Sul piano religioso, invece, incontriamo insieme arabo-musulmani, arabo-cristiani, greci bizantino-ortodossi, latini cristiano-cattolici, ebrei arabofoni. Come hanno bene osservato Ferdinando Maurici, Alessandro Vanoli, Alex Metcalfe ed altri studiosi della dominazione musulmana in Sicilia, nell’isola troviamo musulmani del Nord-Africa, ziridi, hammaditi, kalbidi, fatimidi d’Egitto, almoravidi, almohadi ma anche andalusi di Spagna, selgiuchidi e zangidi della Siria, persiani e mesopotamici, e poi cristiani ortodossi, bizantini, greci e antiocheni, e naturalmente cristiani latini: normanni, franchi e britannici, provenzali, lombardi, romani, campani e pugliesi, depositari della cultura romanica nord-europea, campano-cassinese e pugliese. Si tratta certamente di una mescolanza di culture che tuttavia non ha creato un ibrido sterile, piuttosto è alla base dell’identità siciliana, almeno in fatto di arte del medioevo.

Se nella considerazione più ampia del periodo normanno in Sicilia, si deve tener conto dell’influsso della cultura islamica, a motivo della dominazione, allo stesso modo non si può tacere la presenza e l’influsso delle culture bizantina e romanico latina. Questo eclettismo culturale, inevitabilmente trasferitosi in seno all’arte, ha dato vita ad un unicum, che non si ritrova dai critici in altri contesti conquistati dai Normanni. Infatti, dire normanno in Sicilia, non potrà non tener conto di questo melange unico nel suo genere.

Camillo Boito nel 1880 scriveva sull’arte siciliana di quel periodo: «Volendo definirla non ci sembra che si possa trovare altra formula se non questa bruttissima e sconciamente prolissa e tuttavia insufficiente: arte romano-bizantino-arabo-normanno-sicula. Ond’è che noi preferiamo chiamarla: arte siciliana del medio-evo». Da dove viene, dunque, questo accento marcato e indistinto della componente araba (intesa banalmente come islamica) accostata al normanno?

È tra la fine del XIX e l’inizio del XX sec. che assistiamo ad una tendenza che ancora oggi è all’origine di facili semplificazioni e di infondati luoghi comuni. In un gusto pan-islamizzante, cui hanno senz’altro contribuito le ricerche e il punto di vista di Michele Amari sui Musulmani di Sicilia, si è parlato addirittura di arte saraceno-normanna. Ciò non rende onore né alla verità né alla complessità che, volendo trovare un binomio assoluto e totalizzante, sacrifica l’eclettismo e il coacervo di stili e influenze a cui si assistette in Sicilia tra l’XI e il XII secolo, e che sta alla base dei monumenti celebrati, iscritti dall’Unesco come patrimonio dell’umanità.

Pertanto, più che mitizzare anacronisticamente la “tolleranza” e la convivenza “pacifica” di quei secoli, il riconoscimento Unesco avvii processi di umanizzazione, attraverso l’accoglienza reale tra gli uomini e la conoscenza delle culture e delle religioni. Diversamente, si sarà apposta solo l’ennesima targa.

 

don Giuseppe Ruggirello

(Giornotto, Novembre-Dicembre 2016, p. 6)

 

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