SEMINARIO ARCIVESCOVILE DI MONREALE

Non c’è più bisogno di preti!?

I discorsi di Benedetto XVI ai seminaristi

Volendo dare una pennellata d’insieme alle esortazioni rivolte dal Papa a noi seminaristi durante la sua visita in Sicilia, nella lettera inviataci a termine dell’anno sacerdotale ed in occasione della giornata mondiale della gioventù, ho cercato un titolo, che unificasse tutti e tre i messaggi così da intessere, in certo qual modo, la trama di una tela. Vorrei realizzare questo quadro a partire da una risposta, che ho mutato in domanda, data al Papa, quando disse al suo tenente di voler diventare sacerdote cattolico. Mi piace evidenziare tre punti, che si rilevano nei tre messaggi: volontà e libertà, bisogno di Dio, configurazione a Cristo.

“Volontà e libertà”, anzitutto: in vari modi oggi si pensa che il sacerdozio cattolico non sia una “professione” per il futuro, ma che appartenga al passato. Oggi, con maggiore consapevolezza, diciamo con il salmista «Sono qui per fare la tua volontà» (cfr. Sal 39,8-9); attraverso Cristo sappiamo che non siamo dei viandanti verso l’abisso, verso il silenzio del nulla o della morte, ma siamo dei pellegrini verso una terra promessa, verso di Lui, che è la nostra meta e anche la nostra origine. Perciò la cosa più importante nel cammino verso il sacerdozio, e durante tutta la vita sacerdotale, è il rapporto personale con Dio in Gesù Cristo, rapporto che si realizza come scelta volontaria nella piena libertà. E non è facile mantenersi fedeli ai necessari quotidiani appuntamenti con il Signore, soprattutto oggi che il ritmo della vita si è fatto frenetico e le occupazioni assorbono in misura sempre maggiore. Dobbiamo tuttavia convincerci che il momento della preghiera è fondamentale: in essa, agisce con più efficacia la grazia divina, dando fecondità al ministero. Tante cose ci premono, ma, se non siamo interiormente in comunione con Dio, non possiamo dar niente neppure agli altri. Dobbiamo sempre riservare il tempo necessario per “stare con lui” (cfr. Mc 3,14). Certamente il Sacerdote non può restare lontano dalle preoccupazioni quotidiane del Popolo di Dio; anzi, deve essere vicinissimo, ma da sacerdote, sempre nella prospettiva della salvezza e del Regno di Dio. Per questo è importante in seminario imparare a vivere in contatto costante con Dio. Dove lo scopo più profondo è conoscere intimamente quel Dio che in Gesù Cristo ci ha mostrato il suo volto. “Bisogno di Dio”, poi. E qui una domanda sorge spontanea: le nostre chiese sono veramente “casa di Dio”, dove la sua presenza attira la gente, che oggi sente fortemente l’assenza di Dio? Nessuno certamente sceglie il contesto né i destinatari della propria missione. Ogni epoca ha i suoi problemi, ma Dio offre in ogni tempo la grazia opportuna per farsene carico e superarli con amore e realismo. Non ci dobbiamo lasciare intimorire da un ambiente, dal quale si pretende di escludere Dio e nel quale il potere, il possedere o il piacere sono spesso i principali criteri sui quali si regge l’esistenza. Nonostante tutto, gli uomini hanno sempre bisogno di Dio, anche nel nostro mondo tecnologico, e ci sarà sempre bisogno di Pastori che annuncino la sua Parola e facciano incontrare il Signore nei Sacramenti. Per questo, il tempo del seminario è anche e soprattutto tempo di studio. La fede cristiana ha una dimensione razionale e intellettuale che le è essenziale. Senza di essa la fede non sarebbe se stessa. Noi tutti conosciamo la parola di San Pietro, considerata dai teologi medioevali la giustificazione per una teologia razionale e scientificamente elaborata: “Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ‘ragione’ (logos) della speranza che è in voi” (1Pt 3,15). Acquisire la capacità di dare tali risposte è uno dei principali compiti degli anni di seminario. Studiare è essenziale: soltanto così possiamo far fronte al nostro tempo ed annunciare ad esso il logos della nostra fede. Studiare anche in modo critico, nella consapevolezza che domani qualcun altro dirà qualcosa di diverso; ma essere studenti sempre attenti ed aperti ed umili, persa per studiare sempre con il Signore, dinanzi al Signore e per Lui. “Configurazione a Cristo”, infine. Questo contatto costante porterà ad una piena configurazione a Cristo, a identificarci sempre di più con Colui che per noi si è fatto servo, sacerdote e vittima. Configurarsi a Lui è, in realtà, il compito per il quale ogni sacerdote si deve spendere per tutta la vita. Cristo, Sommo Sacerdote, è anche il Buon Pastore, che custodisce le proprie pecore sino a dar la vita per esse (cfr. Gv 10,11). Per imitare anche in ciò il Signore, il nostro cuore deve andare maturando in seminario, rimanendo totalmente a disposizione del Maestro. Tale disponibilità, che è dono dello Spirito Santo, è quella che ispira la decisione di vivere nel celibato per il Regno dei cieli, mediante il distacco dai beni terreni, l’austerità della vita e l’obbedienza sincera senza finzione. Essendo poveri di e in tutto, ma per vivere in pienezza, abbiamo bisogno di amore, anzi «di molto amore per vivere bene» (J.Maritain). Solo allora saremo capaci di indicare agli altri la fontana, avendo dato alla nostra vita il contrassegno della riuscita più piena. Perché la nostra inquietudine interiore si trasfigurerà in «prezzo da pagare», per garantire la pace degli altri. O, se vogliamo, non sarà più sete di «cose altre», ma bisogno di quel «totalmente Altro» che, solo, può estinguere ogni ansia di felicità. In quel momento ripeteremo con gioia le parole di Agostino, nostro caposcuola:«O Signore, tu ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te».

Gioacchino Capizzi

 

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