SEMINARIO ARCIVESCOVILE DI MONREALE

Perché andare in missione oggi?

Con questa domanda inizia l’incontro con Padre Giorgio Padovan, un missionario comboniano “dal cuore brasiliano”, Segretario nazionale del SUAM (Segretariato in Italia degli Istituti Missionari), avvenuto tramite la piattaforma Zoom lo scorso 10 marzo.

Padre Giorgio è uno dei missionari che visitano ogni anno i Seminari d’Italia. L’incontro doveva avvenire in presenza nel mese di ottobre, ma non è stato possibile per via delle restrizioni dovute alla pandemia da Covid-19. Nonostante la distanza, abbiamo avuto modo di riflettere sul significato e sull’urgenza della missione nella Chiesa, anche attraverso la sua testimonianza missionaria.

La missione è il cuore della Chiesa, e proprio perché ne è il cuore pulsante, non possiamo farne a meno. È questo ciò che intende Papa Francesco per Chiesa in uscita: una Chiesa capace di superare le barriere e raggiungere l’uomo nella sua totalità.

Insieme a Padre Giorgio abbiamo osservato quale è stata l’evoluzione della missione nel corso del Novecento. Già 90 anni fa per la Chiesa, la missione significava andare dai popoli stranieri per battezzarli, così da salvare le loro anime; 70 anni fa invece, la missione era considerata come una “plantatio ecclesiae”, cioè si andava per fondare e costruire nuove chiese; 50 anni fa era considerata come un contributo sociale ai popoli, promuovendo ad esempio la libertà e l’indipendenza africana; 30 anni fa, invece, la missione era considerata come comunione tra le chiese.

Oggi, invece, che cosa è la missione? Padre Giorgio ci ha ricordato che la missione è incontrare Dio in quei posti in cui Lui ha posto la sua dimora; è una chiamata di Dio ad uscire dalle nostre certezze, alle volte infondate, per donare la propria vita al servizio e all’amore dei fratelli. Questo è il cuore della missione: non siamo noi che andiamo in missione, ma è Dio stesso che ci chiama alla missione, che ci rende migliori, ci fa più umani.

Una delle figure di missionario martire che Padre Giorgio ci ha presentato è stata quella di Padre Ezechiele Ramin, ucciso in Brasile con cinquanta colpi di pistola, perché difendeva la povera gente del posto dai soprusi dei latifondisti. Il sangue di Padre Ezechiele e la sua testimonianza di amore ai fratelli ha fatto sì che la povera gente del posto si fortificasse nella fede e lottasse per i propri diritti.

Durante i suoi funerali uno dei giovani che partecipava insieme a padre Giorgio, alla fine della celebrazione ha espresso il desiderio di essere come lui, e oggi si trova in missione in Messico.

Fare missione non significa essere soli, perché è tutta la Chiesa che accompagna il missionario e prega affinché il Regno di Dio arrivi fino alle estremità della terra, così come ha comandato Gesù ai suoi discepoli.

Fare il missionario è una vocazione che spinge a guardare il Signore Crocifisso, senza dimenticare i “crocifissi” della storia. Come dice padre Giorgio: “noi siamo servi dello Spirito Santo e servi dei poveri”.

Dopo un dibattito e delle domande che abbiamo rivolto a padre Giorgio, l’incontro si è concluso con la lettura di un passo del Vangelo di Giovanni, per ribadire ancora una volta che la missione è una chiamata di Dio: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri” (Gv 15,16-17).

Gaspare Borsellino - Emmanuel Saladino

 

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